La lunga transizione istituzionale apertasi all’inizio degli anni Novanta ha prodotto un sostanziale mutamento nella nostra Costituzione materiale. In particolare, tre elezioni generali regolate dalla legge Mattarella hanno dato vita a una sostanziale, anche se imperfetta, tendenza al bipolarismo che nemmeno il ritorno alla proporzionale ha cancellato.
Se da un lato è vero che il mattarellum prima, e la reintroduzione della proporzionale ora, hanno aumentato la frammentazione del nostro sistema partitico e la disomogeneità delle coalizioni di governo, dall’altro è altrettanto vero che la competizione per il governo si incentra ormai su coalizioni e candidati premier ben identificati e tra i quali l’elettorato è chiamato a scegliere.
In altre parole, mentre durante tutta la prima repubblica e fino al 1994, le coalizioni di governo si formavano dopo le elezioni e la designazione del premier da parte del capo dello Stato era frutto di un complesso processo negoziale, dal quale era del tutto estraneo il corpo elettorale, oggi coalizioni di governo e premier sono sostanzialmente frutto diretto della scelta dei cittadini, modificando così in misura non lieve il ruolo nella formazione del governo dello stesso presidente della Repubblica.
Il capo dello Stato, infatti, mentre è ancora «arbitro delle crisi» che potessero occorrere nel corso della legislatura, certo ha visto limitarsi all’accertamento della volontà popolare il suo ruolo nella nascita del governo uscito dalle elezioni.
Alla luce di queste considerazioni, appare chiaro e pienamente condivisibile che il presidente Ciampi intenda attendere per l’attribuzione dell’incarico l’insediamento del Parlamento e verificare con l’elezione dei presidenti di Camera e Senato la consistenza della maggioranza uscita dalle elezioni. Ma appare altrettanto chiaro che il tradizionale processo di consultazioni attraverso il quale si giungeva alla designazione del presidente del Consiglio rappresenti ormai un rituale superato. Rituale - è bene aggiungere - non prescritto da alcuna norma, ma solo da una consuetudine costituzionale i cui presupposti sono stati superati, come già ricordavo, dalla profonda modifica della nostra Costituzione materiale ingenerata dai mutamenti della legge elettorale. La maggiore o minore rapidità nell’attribuzione dell’incarico al vincitore delle elezioni da parte del presidente della Repubblica è dunque frutto non di vincoli normativi ma di pura e semplice opportunità.
Se questo è il caso, a me sembra che oggi non possano esservi dubbi circa l’opportunità che l’incarico a Romano Prodi venga dato in tempi quanto più possibile brevi, e cioè all’indomani stesso dell’elezione dei presidenti di Camera e Senato. L’incarico al leader della coalizione vincitrice delle elezioni è, in pratica, ormai un atto dovuto. E anche se è vero - e torna a onore della sensibilità istituzionale del presidente Ciampi averlo sottolineato - che il cosiddetto ingorgo istituzionale avrebbe consigliato che l’incarico fosse affidato dal nuovo presidente della Repubblica, è ancor più vero che la situazione della finanza pubblica e dell’economia, l’approssimarsi di importanti scadenze (Dpef) e l’aggravarsi della situazione internazionale (Iran), impongono di non lasciare il paese senza un governo in pienezza di poteri.
Se si aggiunge il comportamento del centrodestra che, dopo avere invocato inesistenti brogli, si appella ad altrettanto inesistenti interpretazioni della legge elettorale pur di non riconoscere il responso elettorale, continuando così nella pericolosa e avventuristica strategia di delegittimare il governo nascituro, la necessità di por fine rapidamente al governo Berlusconi apparirà in tutta la sua elementare chiarezza.
La nascita del governo Prodi entro pochi giorni dall’insediamento delle Camere e dalla elezione dei loro presidenti è dunque non solo possibile, ma assolutamente necessaria.
Lungi dall’essere una prevaricazione nei confronti del suo successore, se il presidente Ciampi sceglierà - come auspico - questa linea, egli chiuderà il suo settennato con un atto pienamente coerente con la intransigente difesa della legalità repubblicana che ha caratterizzato tutta la sua presidenza.
